Scarpe donna MARIKA MILANO stivaletti tronchetti nero pelle BX645 zooode neri Pelle GCo43

SKU-459820-tok682
Scarpe donna MARIKA MILANO stivaletti tronchetti nero pelle BX645 zooode neri Pelle GCo43
Scarpe donna MARIKA MILANO stivaletti tronchetti nero pelle BX645 zooode neri Pelle
Menu

ACCEDI / REGISTRATI

Area Ambassador
Promo e Concorsi
Progetto DonnaD
Area personale

Tommy Hilfiger P1285arson 13b amazonshoes neri Inverno 4OT6YmN

Area personale
Cerca

SCUOLA DI CUCITO

Ricamo a intaglio, le spiegazioni di base per cominciare

SALVA
I passaggi di base, le spiegazioni e il video del ricamo a intaglio, basato sul punto festone
5 Tendenze tattoo: i tatuaggi a tema cocktail più belli Leggi tutto
7 Scatoline portaconfetti matrimonio fai da te, le 7 più belle Leggi tutto
5 Acconciature per damigella di matrimonio: 5 idee eleganti Leggi tutto
7 Torte laurea, 7 idee per decorarle Leggi tutto
LEGGI IN 2'

Il ricamo a intaglio richiede occhio, precisione e pazienza, ma ci permette di fare dei lavori delicati e raffinati. Con la tecnica, facciamo tovaglie, centrini e altre creazioni costituiti da figure di tessuto e spazi vuoti, intagliati , appunto, nella stoffa.

Le spiegazioni di base , perciò, riguardano le due fasi della lavorazione. In un primo momento, si fa il ricamo basato sul punto festone ( trovi la spiegazione). In un secondo momento, si ritagliano i pezzetti di tela tra i fili del ricamo.

Anche per questa tecnica, abbiamo bisogno degli schemi che si trovano online o sulle riviste specializzate di ricamo: una volta scelto il motivo, ricopialo sul tessuto con la carta carbone o con il fero da stiro se si tratta di decalcabili.

Quindi, ricopri i disegni con il ricamo seguendo lo schema scelto. In genere, ci sono delle figure di tessuto, divise da spazi vuoti. Tra queste, possono esserci delle barrette di filo semplici, multiple o incrociate oppure dei ragnetti , cioè dei cerchietti da cui partono delle barrette; questi cerchietti possono essere vuoti oppure presentare del tessuto al loro interno.

In linea di massima, i bordi delle figure di tessuto si tratteggiano con l’ imbastitura e si rivestono con il punto festone; per le barrette, si passa il filo da una parte all’altra e si ricopre con il punto festone; i cerchietti vuoti si fanno avvolgendo il filo intorno a una matita e rivestendolo con il punto festone.

Quando finisci il ricamo, lava e stira per bene il lavoro.

A questo punto, vai a intagliare , cioè a ritagliare le porzioni di stoffa tra le barrette e i ragnetti, ovviamente senza facendo attenzione a non rovinare il ricamo.

Ultimato il ricamo a intaglio, fai una seconda stiratura .

Ricamo a intaglio, cosa ti serve Pl@ntNet sviluppata su piante tipiche della flora selvatica riconoscimento fotografico funzione di ricerca

L’applicazione, frutto di un progetto finanziato dalla Fondazione Scarpe Donna GASTONE LUCIOLI EU 36 decolte nero tessuto vernice AK05B zooode neri Vernice Fdmbw9fw5
, è costantemente aggiornata ed è disponibile gratuitamente: qui il link per il download su smartphone Aquazzura embellished tie back sandals Metallic farfetch bianco kgYbQFyqup
e su .

Agropolis Android

Un’altra valida app che consente il riconoscimento visualedelle piante è Nike W Air Presto Se amazonshoes grigio Sportivo laXmQZXvzO
,
che identifica una specie a partire dalla foto di un fiore o di una foglia.Scorrendo tra i risultati della ricerca è possibile trovare nomi e foto di diverse specie vegetali che combaciano con le caratteristiche della foto scattata. Il database di piante è molto ampio , anche se a volte occorre un po’ di pazienza per trovare la specie che effettivamente rispecchia la nostra ricerca. Anche questa app offre la possibilità di collegarsi direttamente a siti esterni dove si possono trovare informazioni dettagliate sulla specie vegetale identificata.

STIMM CALZATURE yoox neri QP5eh8H6
,
database di piante è molto ampio collegarsi direttamente a siti esterni

L’applicazione è gratis ed è scaricabile su dispositivi Android e .

Ciabatte CARINII B4214/S 360000000 escarpe neri Pelle 7GhoiQiPS8
è un’app dedicata al riconoscimento degli alberi , che porta sui nostri smartphone tutto il necessario per identificare le piante dei nostri boschi. L’applicazione include sia latifoglie che conifere e offre descrizionidettagliate sulle varie specie, corredate di immagini che raffigurano tutte le parti dell’albero, dal particolare della foglia al seme. Le schede botaniche contengonoinformazioni sulle 113 specie arboree principali dell’Europa centrale; il software include anche un’interessante funzionalità per la ricerca di piante che soddisfano determinati parametri (ad esempio le condizioni di luce, la fertilità del suolo, l’altitudine, etc…), oltre a simpatici passatempi, come i test per metterealla prova le proprie abilità sul riconoscimento degli alberi.

iForest riconoscimento degli alberi sia latifoglie che conifere ricerca di piante che soddisfano determinati parametri

L’app è disponibile nei market Android e ad un prezzo di € 12.90:gli sviluppatori fanno sapere che il 10 per cento degli introiti derivanti dall’acquisto di questa app viene devoluto a Timberland Carolista Slingbackjet amazonshoes neri Estate YVqhNuaC3
, progetto rivolto alla salvaguardia dei boschi e del paesaggio montano.

Select Page

Posted by Redazione | Gen 24, 2017 | ComuneMetropoli |

di TONI NEGRI.*

Sono quelle donne e quegli uomini che aprono le forme della vita alla liberazione dal lavoro e sviluppano le condizioni di una lotta rivoluzionaria continua a questo fine e così inventano e costruiscono istituzioni radicalmente democratiche – che possiamo chiamare istituzioni del comune. Meglio detto, i comunisti sono coloro che uniscono rivoluzione politica e liberazione dal lavoro, istituzione comune ed emancipazione della produzione della vita dal comando capitalista.

Prima di argomentare questa definizione lasciatemi fare qualche precisazione a proposito di alcune tesi che si pretendono rifondatrici di un discorso comunista, mentre invece – a mio parere – tolgono la stessa possibilità di parlare di comunismo.

1. Ci sono in primo luogo tesi che destoricizzano e dematerializzano, unitamente all’idea del potere, quella di comunismo. Sono spesso concezioni abbarbicate al passato, all’ideologia del “socialismo reale” e non riconoscono quanto il mondo del capitale e le lotte di liberazione siano oggi mutati. Altre volte poi ci sono compagni che, pur riconoscendo il mutamento, nella contemporaneità, della composizione tecnica del lavoro vivo (rispetto a quella dell’industrialismo) rifiutano tuttavia di tradurla in un’idea adeguata di composizione e di organizzazione politiche. Questi compagni pretendono l’impossibilità di questa traduzione. Possiamo concedere che non sia facile – come nulla è facile in questo campo. Ma “” : gli ostacoli non si scelgono, si superano. Evitando questo compito, quei compagni non potranno mai dislocare lo scontro dal terreno delle contraddizioni sociali a quello dell’organizzazione politica. Si ostinano a pensare il potere come esercizio generico di comando e/o di terrore e vedono lo sfruttamento come schiavitù generalizzata, riconoscendo impropriamente ogni condizione produttiva come una sottospecie dell’accumulazione originaria, e quindi riducendo lo sfruttamento ad un mero esercizio di violenza. Come se non fossimo nel mezzo di un ciclo di trasformazione produttiva e sviluppo tecnologico la cui complessità rende impossibile ogni semplificazione del comando. Quel comando innerva ormai la vita ed è su quel terreno che, articolando lo scontro va combattuta. Dimenticano l’ di ogni analisi critica e confondono nel passato ogni progetto di avvenire. Finiscono per caricaturare il proletariato come una forza indistinta, una folla che abbisogna, dall’esterno, di un’intelligenza strategica che la guidi. L’insurrezione la fa il proletariato nudo; l’egemonia la stabiliscono il partito o l’avanguardia o l’élite. A questo conducono la destoricizzazione e la dematerializzazione dell’analisi.

2. E ancora, non sono comunisti coloro che, dicendosi tali, pensano tuttavia che l’alienazione capitalista abbia raggiunto, nel neoliberalismo, l’anima e il cervello di ogni lavoratore e che ormai non ci sia più produzione di soggettività se non quella che il capitale costruisce attraverso la sua organizzazione del lavoro, a volte consolidata dall’azione dello Stato. Che cosa potrà allora produrre lotte e costituire resistenza? Che cosa potrà risoggettivare l’azione rivoluzionaria? Lo stacco che qui si pone tra la forza di assoggettamento del capitale neoliberale e la potenza reattiva del soggetto produttivo, del precario, del proletario è talmente grande che la rottura (il fare rivolta ed il costruire azione rivoluzionaria) sembra loro impossibile, inconseguibile – meglio, la virtuale rottura secondo loro è schiacciata da un rapporto asimmetrico impossibile da squilibrare. Che cosa potrà ridare, in questa situazione, forza soggettiva alla ribellione? Loro dicono: nulla che sia legato alla vita sfruttata, al corpo battuto e stanco di lavoro, al cervello costretto dall’algoritmo. Solo un risveglio radicale, un evento intellettuale, morale – pretendono – permetterà di ripensare la democrazia in maniera rivoluzionaria. Insomma: l’immaginazione ci salverà – un desiderio dematerializzato e desoggettivato, che nasce nel vuoto della condizione di assoggettamento. Così dicono. Ma questa concezione psicologica, immateriale se non semplicemente idealista della rinascita della lotta comunista dimentica l’essenziale: la potenza del lavoro vivo, protagonista della produzione. Perché il lavoro vivo è indivisibile, produce ed immagina nello stesso tempo, crea cose e libera il cervello nell’agire. Non lo si può separare in due, da un lato schiavo e dall’altro libero di immaginare. La soggettivazione non cessa mai di avvenire, neppure quando – essendo assoggettati – si lavora e si soffre. Bisogna forse andare altrove per ribellarsi? Ma in quale Grecia fantasticata l’istituzione immaginaria della società potrà mai trovare il proprio habitat? Non è invece lì dentro, nello spessore del lavoro vivo, cioè nella vita stessa, che la ribellione avviene? Il lavoro vivo assoggettato, o soggettivamente attivo, è durezza del produrre ed insieme virtualità di liberazione. La desoggettivazione non è una determinazione applicabile al lavoro vivo. Insomma, è solo sul lavoro vivo che si fonda l’essere comunisti, sul lavoro vivo che scalpita dentro la materialità del produrre e del vivere.

3. Non sono comunisti in terzo luogo coloro che pensano che non si dia resistenza se non in termini di “destituzione” dell’ordine presente. Quando si parla di destituzione si intende la volontà di rifiutare radicalmente ogni rapporto con il potere e di intraprendere un esodo dalle condizioni stesse del produrre, come se potere e produrre fossero sinonimi. È chiaro che questo progetto si presenta come un’estrema ipotesi di distacco dalla materialità della vita e di astratta separazione dalla schiavitù del capitale. Implica una virtù ed una decisione – una virtù sublime ed una decisione vuota. Ma in tal modo la volontà di destituire si affida al dispositivo paradossale di un gesto politico puro e incondizionato, e di un esodo compiuto e realizzato. E non si interroga sulle loro condizioni di realtà, che sono ben altre. Si costituisce qui un vero e proprio abito ideologico che nasce da un tardo apprezzamento dell’attuale crisi della dialettica del capitale e da una presa di coscienza della difficoltà di congiungere l’operare produttivo e l’azione rivoluzionaria che è data come disperata. In questo senso, destituzione è il contrario di costituzione, volontà destituente è il contrario di potere costituente. L’idea di destituzione non rifiuta tuttavia solo la possibilità dell’azione costituente, attribuisce a questa la ripetizione del potere costituito – per evitarlo propone il dislocamento dell’azione in un luogo dove il potere sia assente. Ma ciò si presenta come un gesto talmente dematerializzato da imporre un abbandono del vivere stesso – un gesto individuale che conduce ad un’afona ed improduttiva solitudine – ammesso che sia possibile. Ma con ciò la cosiddetta dialettica negativa non finisce per risolversi nella soppressione stessa del produrre? Ma sopprimere il produrre significa sopprimere la riproduzione della vita – due atti che nel biopolitico non possono più essere separati. Il comunismo è appropriarsi della natura e produrre vita, in maniera comune, creativa.

4. Non son comunisti infine coloro che immaginano, nel crepuscolo dell’occidente, che la liberazione non possa più esprimersi che attraverso l’esercizio della violenza – e la caratterizzano come un evento sacrificale e purificatore. Qui la biopolitica della crisi è tradotta in una necropolitica catastrofica ed escatologica. Destituzione e purificazione divengono le forme della liberazione. La disperazione innerva un agire preteso comunista e divenuto tristemente settario – un agire che raggiunge le esaltazioni dell’estremismo religioso. Non vi è più un passaggio dalla lotta sulla produzione (e/o riproduzione) alla lotta politica. Questo passaggio è distrutto. Qui la lotta di classe viene concepita come guerra – guerra nella quale immolarsi… per rinascere? Ma la guerra di classe è sempre stata un’altra cosa: è stata il punto più alto nel quale si è imposta una potenza costituente. La guerra di classe è distruzione del nemico per appropriarsi del potere e nello stesso tempo un processo costituente collettivo di costruzione di nuovi soggetti etici e politici, di definizione di nuovi luoghi di decisione cooperativa – e sorgente di nuove passioni e di nuove invenzioni. La guerra di classe è la continuazione della lotta di classe, è la continuazione di una politica dell’uomo per l’uomo.

Ritorniamo dunque a chiederci chi siano i comunisti.

A. Sono coloro che riconoscono nella cooperazione lavorativa e sociale la virtualità di una praxis sovversiva. Essi trasformano questa cooperazione in contropotere. Qui, nel contropotere, non c’è mai solo una risposta oppositiva la potere ma c’è l’avvenire di un’eccedenza: il comune è il nome di questa eccedenza. Per avanzare in questo senso i comunisti sanno che, se oggi lo sfruttamento si attua in maniera estrattiva, esso coinvolge, con la cooperazione produttiva, il comune prodotto. Vogliono dunque riappropriarsi di questo comune, sia nelle lotte sulla produzione che in quelle sulla riproduzione. I comunisti resistono allo sfruttamento, coordinano nello sciopero i compagni di lavoro, esercitano il rifiuto ed il sabotaggio del comando, costruiscono contropotere nella produzione e nella riproduzione, nel lavoro e nella vita. Lo sciopero sociale è l’arma che oggi organizza questo confronto e questa lotta. Nella lotta sociale nasce la lotta politica.

B. Che cosa significa lottare per i comunisti? Significa molte cose. In primo piano, significa spostare il comando sulla cooperazione sociale dalle mani dei padroni a quelle dei lavoratori sociali. Ma spostare il comando è un’operazione ambigua perché il capitale è mobile nel suo occupare lo spazio della produzione. Ed è liquido nel proporsi su quello della riproduzione sociale. In secondo luogo, allora per i comunisti lottare significa essere capaci di penetrare le maglie del comando per romperle ed appropriarsi del capitale fisso. Mi spiego: oggi il lavoro è essenzialmente cognitivo, esso dispone della possibilità di agire con relativa autonomia all’interno dei meccanismi produttivi e dipende da mediazioni fluide nello scontro che lo oppone al capitale. Esso può dunque usare di questa relativa autonomia e di questa fluidità della mediazione per appropriarsi di capitale fisso – per farsi macchina dentro e contro la struttura macchinica dello sfruttamento. Il è oggi il materiale sul quale il capitale costruisce valorizzazione. È sul cervello, verso la sua riappropriazione da parte del lavoratore collettivo che oggi si orienta la lotta. Finalmente, come auspicava Marx, “il vero capitale fisso” si è rivelato “essere l’uomo”. Così, facendosi macchina, la forza lavoro si soggettiva – quando si dice uomo-macchina non si dice che la macchina abbia assorbito l’uomo ma al contrario si dice che l’uomo si è arricchito di capacità macchiniche – il corpo e il cervello del lavoratore che hanno fatto propria l’intelligenza della macchina, possono ora rivoltarla contro il padrone. Questo processo di appropriazione di capitale fisso si è sempre dato nella storia operaia, almeno da quando il lavoratore è stato formato nella “grande industria”: anche la vecchia fabbrica non poteva funzionare senza l’intelligenza dell’operaio. Oggi, nell’età post-industriale, il corpo e il cervello del lavoratore non sono più docili al , all’addestramento padronale, al contrario sono più autonomi nel costruire cooperazione e più indipendenti dal comando organizzativo. Il comando padronale è infatti uscito dalla fabbrica, si è raccolto nel capitale finanziario, ci avvolge certo, ma non ci determina più dall’interno, si è esteso ovunque ma proprio per questo si è esteso il terreno della resistenza e delle lotte. La sua presenza è parassitaria perché è sempre seconda rispetto alla produzione cooperativa sociale. I lavoratori comunisti, come macchine dentro e contro la macchina della produzione e della riproduzione sociale, possono così agire in maniera rivoluzionaria. Ma quello che è ancora più importante è che, in questa condizione, ogni loro movimento all’interno della macchina della produzione è anche eccedenza: invenzione teorica, arricchimento della vita e approssimazione ontologica ad un nuovo modo di produrre. Ogni loro movimento all’interno dei processi capitalisti di estrazione del comune è immediatamente un nuovo modo di istituzione del comune.

C. I comunisti esprimono potenza costituente. Quando affermano il lavoro come resistenza e contropotere i comunisti trasformano la cooperazione produttiva in istituzione comune. La storia del movimento operaio ci ricorda come nei soviet i comunisti abbiano trovato l’organo di una rivoluzione ad un tempo politica e produttiva. Dire “potere costituente comunista” significa ritrovare la chiave di questa duplice rivoluzione. E se della necessità di un nuovo modo di produzione, e della possibilità di costruirlo, abbiamo già detto, ora bisognerà dire che cosa significhi l’altro aspetto, quello politico, del soviet nella rivoluzione. Che cosa significa oggi soviet? Significa costruire istituzioni che traggano la loro forza, la loro legittimità non dalla volontà di un sovrano ma dalle volontà di coloro che le hanno prodotte. Le istituzioni del comune sono istituzioni non-sovrane, non conoscono né trascendenza né separatezza, conoscono intera l’immanenza del potere costituente. E questo esercizio di potere costituente non bisogna vederlo semplicemente come un evento. Esso non costituisce un’ ma rappresenta un’ che sorge dal lungo accumularsi di lotte, di guerre e di forme di vita dei lavoratori. È un pieno di vita. E la presa del potere è sempre seconda perché prima c’è sempre l’appropriazione del comune.

D. I comunisti costruiscono su queste basi l’impresa della moltitudine. Una volta la chiamavamo partito, ora preferiamo chiamarla impresa. Possiamo strappare questa parola al lessico liberale? Io credo di sì. Perché impresa significa mettere in opera. Impresa politica dunque significa, diversamente da quello che voleva il partito, e cioè rappresentare l’egemonia di un’avanguardia, estrarre, produrre egemonia dai mille movimenti che costituiscono il sociale e determinarne le articolazioni tattiche: metterli in opera. L’impresa politica della moltitudine raccoglie e coordina le mille anime dei movimenti e costruisce la tattica, la gestione pragmatica delle lotte – è un’arma che nasce dal corpo trasversale della moltitudine, dalla sua qualità strategica. I poveri, gli sfruttati, i dominati – l’impresa della moltitudine li raccoglie tutti non perché siano semplicemente un altrui bisognoso ma perché sono costitutivi di un “Noi” desiderante. Qui nessuno può essere detto improduttivo. Proprio per questo l’idea di moltitudine esige il suo riconoscimento nella forma di un reddito incondizionato di esistenza. La costruzione di questa impresa/partito è oggi il compito fondamentale dei comunisti. Essi costruiscono l’impresa attraversando le reti dell’insubordinazione sociale e sviluppandole autonomamente. Riassumiamo: come Lenin diceva “”, così noi diciamo “”; e come Lenin diceva “”, così noi diciamo “”.

E. I comunisti, infine, sono internazionalisti. La mondializzazione è stato l’effetto di un secolo di lotte ed ha rappresentato una grande vittoria proletaria. La mondializzazione ha permesso a milioni e milioni di uomini del Terzo mondo di uscire dalla fame e ha dato loro la forza di attraversare la terra e di venire nel Primo mondo per vivere da eguali. Ma anche per i proletari del primo mondo il globale è divenuto una forma di vita che deve rompere con ogni barbara identità nazionale e permettere di vivere nella moltitudine e di conquistare e sperimentare in essa un nuovo modello di vita – eguale e collettivo, cioè comune. I comunisti possono organizzarsi solo sul terreno internazionale, perché è solo a questo livello che il capitale può essere effettivamente attaccato e sconfitto. Non si torna indietro rispetto alla globalizzazione. Ogni sguardo indietro ci fa perdere l’obiettivo della lotta: la distruzione del capitale internazionalizzato, delle sue banche private globali e delle sue banche continentali statalizzate.

La lotta che può raccogliere tutte le altre è quella contro il comando globalizzato del capitale. A questo guardano i comunisti.

Chi sono i comunisti?

Qui sotto il video dell’intervento (da Lab-TV )

Download this article as an e-book

L'INFILTRATO NEI CONFESSIONALI: ''QUESTO NON È IL MIO PAPA''. ''TI ASSOLVO, TANTO LUI NON FA SUL SERIO'' - UN INVIATO DEL 'FATTO' NELLE PARROCCHIE D'ITALIA SCOPRE CHE LA CHIESA ACCOGLIENTE CON GLI IMMIGRATI, TOLLERANTE CON GLI OMOSESSUALI E SEVERA CON CHI RUBA, CORROMPE E NON PAGA LE TASSE, ESISTE SOLO NELLE PAROLE DI BERGOGLIO. NON NELLA REALTÀ

Prossimo articolo CASSIS COTE DAZUR Yalda amazonshoes marroni iQTmGQ9

Ersilio Mattioni per 'Millennium', il mensile del ' Fatto Quotidiano' diretto da Peter Gomez

fatto quotidiano millennium bergoglio

La “rivoluzione” di Jorge Mario Bergoglio si ferma sulla soglia delle parrocchie. E l’idea di una Chiesa accogliente con gli immigrati, tollerante con gli omosessuali e severa con chi ruba, corrompe e non paga la tasse, perché danneggia il prossimo e ignora il cristianissimo concetto di solidarietà, corre il rischio di restare nella mente e nel cuore di un pontefice illuminato. Tanto che contestarlo, dentro un confessionale, non porta ad alcuna conseguenza. Neppure un buffetto, neppure un benevolo rimbrotto, neppure un invito a riflettere. Assoluzione garantita, giusto qualche Padre nostro da recitare davanti all’altare.

Di confessionali, tra Milano e provincia, ne abbiamo girati tanti, azzerando il contachilometri. Che alla fine si è fermato poco sotto i trecento. Andare a chiedere il perdono è cosa assai semplice, perché i siti web delle parrocchie forniscono indicazioni e dettagli su giorni e orari. Confessarsi piace, è avvertito come necessario, forse per scaricarsi la coscienza, forse per vivere in pace con se stessi, per dormire sonni più tranquilli pur senza smettere la consuetudine con parole, azioni, opere e omissioni non esattamente cristiane.

Non ci è mai capitato di essere da soli dentro una basilica. Anzi, sovente è capitato di attendere. Intorno, sedute sulle panche, c’erano persone di ogni tipo: giovani, adulti, anziani. Qualcuno dall’aria trascurata, qualcuno vestito di tutto punto. C’è chi è concentrato e attende il turno guardando fisso il confessionale, chi prega a voce alta, chi ne approfitta per sbirciare sullo smartphone, tra mail di lavoro e un giretto su Facebook.

Quando tocca a noi, riversiamo sui sacerdoti che ci ascoltano tutta la nostra frustrazione per un Papa che parla di chiedere scusa agli omosessuali, perché li abbiamo offesi; di aiutare i profughi, quando gli italiani non ce la fanno ad arrivare a fine mese; di balzelli da pagare a uno Stato vessatore, che ti munge e in cambio nemmeno ti protegge. Sì, ci siamo finti un po’ leghisti e pure un po’ zotici. L’abbiamo premesso che siamo uomini di fede, che crediamo in Dio. Però non nella Chiesa, in questa Chiesa che Bergoglio rappresenta. Siamo stati insolenti, al limite dell’eretico, arrivando a sostenere di non riconoscerci nel Papa. Insomma, abbiamo incarnato il cattolico medio nel pieno di una crisi valoriale, preda di paure e bassi istinti.

confessionale

Ma nel piccolo comune di Vanzaghello, ai confini tra le province di Milano e Varese, siamo stati confessati, perdonati e pure incoraggiati a non abbandonare certe posizioni estremiste, che il confessore in cuor suo condivideva. Conosciamo questo paesino di cinquemila abitanti, che da anni combatte la sua battaglia contro l’ampliamento dell’aeroporto di Malpensa e contro un vecchio inceneritore.

Qui c’è un parroco che spesso fa parlare di sé e finisce sui giornali, perché diffonde attraverso il suo bollettino un’idea di Chiesa preconciliare: un po’ di revisionismo storico, che non guasta, unito alla pubblicazione di bizzarri pareri di sconosciuti criminologi. Uno di loro, per esempio, sostenne mesi fa che l’omosessualità è una patologia, uno scherzo della natura. E la definì, ammantando il tutto di valore scientifico, una “anormalità funzionale”.

Ci siamo adeguati alla linea della parrocchia: “Ma come si può sostenere che i gay sono come noi? Allora i valori cristiani, la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, dove vanno a finire? Questo Papa alle volte parla a vanvera”.

Il sacerdote che ci confessa non fa una piega: “Il nostro pontefice provoca, ma non parla sul serio. È ovvio che i gay non sono come noi, ci mancherebbe. È un modo di dire, una frase inserita in un contesto più grande. Poi i giornali, si sa, scrivono quello che vogliono”. Sollevati, chiediamo se possiamo sempre sentirci parte della Chiesa, pur continuando a pensare che Bergoglio sbagli con le sue esortazioni. Risposta da scolpire nel marmo: “Certo, la Chiesa è per chi crede in Dio e certi valori, anzi, vanno difesi. Oggi un po’ le mode un po’ la televisione un po’ internet ci fanno credere che sia tutto normale”.

“Bacio gay? porcheria”

bergoglio confessore

A Legnano la musica non cambia. Nella città del Carroccio un anziano prete della parrocchia di Santa Teresa, dopo averci chiesto dove prendiamo queste notizie, ci rimprovera duramente. Per aver criticato il Papa? Macché, per i giornali che leggiamo: “Troppo schierati, non dicono la verità. Abbiamo la nostra stampa, la “buona” stampa, quella obiettiva”. Gli diciamo che l’altra mattina, passeggiando per il centro, abbiamo visto due uomini baciarsi e che ci ha fatto schifo. Eppure Francesco predica la tolleranza. Scuote il capo: “Sono porcherie. Ormai nelle nostre città si vede di tutto, manca il rispetto per il prossimo, come è scritto nel Vangelo”.

Proviamo a introdurre un tema più serio: “Dicono che a Legnano” dove la ‘ndrangheta controlla una parte rilevante dei locali notturni “c’è pure la mafia“. L’argomento, però, non lo appassiona: “Non saprei, non ho sentito nulla”. I boss non sono un problema, gli omosessuali sì.

E pure i profughi. “Adesso arrivano tutti questi neri”, alziamo i toni “che ci rubano in casa, stuprano le donne e vogliono pure togliere i crocefissi dalle scuole. Eppure il Papa dice che dobbiamo aiutarli. Questi distruggeranno la nostra cultura, le nostre tradizioni”. Di nuovo, scuote il capo: «Noi dobbiamo difendere Cristo, è l’unica cosa importante». Ne spariamo una grossa: “Tanto i Papi, prima o poi, cambiano. Prima ce n’era uno, quello tedesco, che mi sembrava più rigido su certe cose e mi piaceva”. Chiosa il ministro di Dio: “Eh sì, ognuno è fatto a suo modo”.

Meno male che ci sono i Frati Minori di Busto Arsizio, nel basso Varesotto. Sono “famosi”, se vera fama è la loro, per essere tolleranti, soprattutto quando si confessano i peccati del corpo, la lussuria, i tradimenti coniugali. Sarà. Con noi non lo sono stati affatto, anzi hanno battuto sul tasto dell’intransigenza: “Il pontefice sta costruendo qualcosa di nuovo, che ci spaventa. Ma essere Chiesa vuol dire aprirsi al prossimo, dare è più bello che ricevere”.

bergoglio confessore

L’assoluzione arriva anche stavolta, con un monito: “L’egoismo rende peggiori, l’egoismo non ha nulla di cristiano”. Con i frati bustocchi non attacca neppure la litania sui gay: “Il Papa è stato chiaro, basta rileggere ciò che ha detto: Cristo li accoglierebbe, come fa con tutti gli uomini, perché sono tutti figli suoi”. Tutti, proprio tutti, anche i diversi?

“Non sta all’uomo giudicare, questo è un peccato”. E le tasse troppo alte? Diciamo di essere commercianti, strozzati dal fisco. Suvvia, che male c’è a fare una piccola cresta per guadagnare qualcosina in più? Niente, nessuna deroga: “Il cristiano non ruba. Tutti conosciamo i comandamenti a memoria, ma spesso non li mettiamo in pratica”.

Se non ci piace il Paese in cui viviamo, abbiamo un’alternativa: “Fare politica, provare a cambiare. L’impegno civile è importante, soprattutto per chi, come i cristiani, è portatore di valori, di etica”. Lasciando la chiesa dei frati, per un attimo, abbiamo la sensazione che il confessore abbia fiutato il trappolone. Poi, confrontandoci con chi ci va spesso, cambiamo idea: sono entusiasti di questo Papa e non lo nascondono.

PAPA FRANCESCO BERGOGLIO SULLA COPERTINA DI THE ADVOCATE MENSILE DELLA COMUNITA GAY

Ma sono un’anomalia nel nostro viaggio. In Duomo a Milano, dove ci si può confessare più volte nella stessa giornata, i toni non sono gli stessi della provincia, è vero, anche se nessun sacerdote ci redarguisce, quando definiamo il Papa «di sinistra», «comunista», «amico degli omosessuali e dei neri». Al più ci viene detto che Bergoglio “ogni tanto parla controcorrente, per farsi capire da tutti”.

A Milano cambiamo tre confessionali, senza uscire dal Duomo. Tentiamo di citare a memoria, le parole esatte del capo della chiesa cattolica. “Ho accompagnato nella mia vita di sacerdote, vescovo e anche di Papa persone con tendenze e pratiche omosessuali. Le ho avvicinate al Signore. E mai le ho abbandonate”. E ancora: “Io credo che la Chiesa debba chiedere scusa ai gay che ha offeso”. Di più: “Una corruzione tentacolare e un’evasione fiscale egoista hanno assunto dimensioni mondiali (…), negando la giustizia sociale”. Infine: “Spero che questa solidarietà (quella di chi accoglie i profughi, ndr) possa contagiare un po’ il mondo”.

“Infallibile? Mica tanto”

Recitata con diligenza la nostra parte, introduciamo il concetto dell’infallibilità ex cathedra. Ci sentiamo rispondere che non è questo il caso. Perplessi, chiediamo spiegazioni, perché siamo sicuri di averlo letto da qualche parte. La replica è spiazzante: “Quando il Papa parla di dottrine o di dogmi di fede, allora sì che è infallibile. Ma quando esprime un parere, come sulla politica, può anche sbagliare. Come tutti noi”.

Curioso, a sentire la maggioranza dei sacerdoti si ricava l’immagine di un Papa opinionista, che si è liberi di ascoltare oppure no, di elogiare o criticare. Quasi fossimo dentro una sorta di talk show, dove ognuno dice la sua, si butta tutto in caciara e poi, quando il programma è finito, si spegne la tv e si va a letto.

BERGOGLIO CON SCIARPA GAY

Un po’ ovunque, dove ci siamo confessati, abbiamo ripetuto le stesse cose, sempre citando a memoria il pontefice. A Magenta, nella basilica di San Martino, sono stati più freddi: “Il Papa va ascoltato. Dice anche cose scomode, ma che fanno riflettere”. Nella vicina Marcallo con Casone – seimila anime, paese noto per essere un feudo leghista da quasi vent’anni – il sacerdote è invece più conciliante: “Essere perplessi di fronte a certe affermazioni è naturale, ma non devi mai prendere per oro colato quello che leggi, perché spesso è scritto apposta per far litigare e per dividere la comunità”.

Di rado, ascoltando i ministri di Dio, si ricava l’impressione di un papa che sia anche un pastore, una guida morale da seguire, un’autorità indiscussa per i cattolici. In confessionale, di fronte a un cristiano che sprizza intolleranza, la parola “carità” sembra non esistere. Né trovano ospitalità concetti come temperanza, prudenza e sobrietà. Al contrario, è concesso tutto o quasi. Se l’evasione fiscale, per il Papa, è anticristiana, per i parroci quasi non esiste.

Soldi in nero in oratorio

“Non si dovrebbe fare, meglio evitarla”, ammonisce blando un coadiutore di Legnano, nella centralissima parrocchia di San Magno, la più ricca della città, dove ci mettiamo mezz’ora solo per trovare parcheggio. Poi si lascia andare: “Se nei nostri oratori non ci fosse chi fa qualche lavoretto o chi ci dà quattro soldi per tirare avanti, non so come faremmo. Forse saremmo costretti a chiuderli. Non è che si sta sempre a registrare tutto. Centesimo più centesimo meno, ci si arrangia. Ovvio, è fatto a fin di bene”. Una concezione che piace agli italiani, cattolici compresi. In fondo, non pagare un po’ di tasse non è poi così grave. Lo si fa per la famiglia, per i figli.

COMUNITA GAY ARGENTINA PROTESTA CONTRO BERGOGLIO

Il Papa dice il contrario? “Lui deve dirlo, non può incoraggiare la gente a evadere. Poi i giornali lo prenderebbero di mira. La teoria è una cosa, la pratica un’altra». È un leitmotiv questo dei giornalisti utilizzati come parafulmine, una volta pronti a impallinare il pontefice se non parla e un’altra pronti a stravolgerne il pensiero «per fare i titoloni”. Da ciò un originale consiglio, che ci forniscono nella già citata parrocchia di Vanzaghello: “Leggere meno i quotidiani e di più la Bibbia“. Di quello che succede nel mondo, possiamo fare a meno.

Sorprende quanto il pensiero di Bergoglio risulti ostile a tanti sacerdoti. Eppure questi prelati appaiono in perfetta sintonia con i loro fedeli. Tanto che a Castano Primo, un comune alle porte di Malpensa, il parroco si è attirato le ire della comunità cristiana perché ha spalancato le porte della Chiesa ai musulmani durante il Ramadan: non avevano un posto per pregare.

E anche perché, di fronte a un sindaco che ha risposto picche sull’accoglienza ai migranti, ha preso tre alloggi della Curia e li ha messi a disposizione dei profughi. Apriti cielo, i cattolici si sono sfogati sui social network. Per la verità fu il Papa, due anni fa, durante il Giubileo della misericordia, a lanciare un appello: “Parrocchie, monasteri e santuari d’Europa accolgano una famiglia di profughi, a iniziare da Roma e dal Vaticano”.

papa profughi adn

Le parole del pontefice sono chiare e l’occasione, per noi, è ghiotta: “Siete stati costretti a prendere i neri?”. Le risposte sono varie e variegate, sempre evasive. Ma un prete che parla chiaro c’è. Siamo a Busto Garolfo, cittadina di dodicimila abitanti, dove l’immigrazione è tra le più alte del territorio: “Ho detto che non abbiamo posto, punto e basta. Nessuno mi ha più chiesto niente”. Problema risolto. Per lui, per loro.

“Basta avere fede”

E per noi, che non abbiamo commesso nessun peccato nel rivolgere al pontefice e alle sue visioni “rivoluzionarie” aspre critiche e qualche invettiva. “L’importante è avere fede”, hanno insistito in Duomo. “E comportarsi bene”, ci hanno ripetuto in provincia. Tanto basta. La preoccupazione dei preti cattolici, incalzati dal Papa su questioni tanto vive quanto scomode, non pare quella di aprire un varco, in una Chiesa ancorata a vecchi schemi, per far fiorire le nuove idee del pontefice.

Si rischierebbe di allontanare qualche fedele. Invece la Chiesa ha da sempre scopi contrari: includere e trattenere, espandersi e fare proseliti. Difficile spiegarlo meglio di Carl Schmitt, controverso giurista tedesco che, nel 1928, pubblicò Cattolicesimo romano e forma politica, introducendo un concetto decisivo: la Chiesa come complexio oppositorum, commistione di qualunque opposto vi sia dentro il reale.

Così coabitano Vecchio e Nuovo Testamento, corpo e anima, orgoglio e umiltà, ragione e superstizione, cultura e ignoranza, accoglienza e rifiuto. È il trionfo dell’et-et, sia questo sia quello. Il cattolicesimo romano è una pozione magica, che porta l’uomo dentro un confessionale e lo toglie dagli impicci, scioglie le sue lacerazioni. Lo fa con il perdono, che è appannaggio di chiunque. Basta chiederlo.

Prossimo articolo Articolo precedente

FOTOGALLERY

Per la tua pubblicità
Canali
Altri siti
Apps Social

© Copyright 2010-2018 - ChietiToday supplemento al plurisettimanale telematico FoggiaToday reg. tribunale Roma n. 221/2016 P.iva 10786801000